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10 ott 2013 - in: Eventi

Agnelli: «Uniti per riformare il calcio»

Intervenuto alla conferenza “Leaders in Football” a Londra, il presidente della Juventus indica la via per rilanciare il calcio italiano

Andrea Agnelli ha rivolto un appello al sistema calcistico italiano perché agisca unito e al passo coi tempi, per evitare di rimanere indietro rispetto alla concorrenza europea su scala globale.

Il presidente della Juventus, intervenendo questo pomeriggio a Londra alla conferenza “Leaders in Football”, ha discusso insieme al presidente del Galatasaray, Ünal Aysal, delle questioni e delle sfide cruciali che chi occupa una posizione di responsabilità deve affrontare in un mercato sempre più globalizzato.

Agnelli, che di recente, in una lettera indirizzata agli azionisti del club, si è espresso a favore di una riforma radicale, ha preso la parola ribadendo il suo convincimento che la Serie A deve seguire l'esempio di altre nazioni se vuole avere qualche possibilità di recuperare l'appeal mediatico che agli inizi degli anni '90 godeva su scala mondiale.

Parlando allo Stamford Bridge, ha dichiarato: «Dobbiamo rilanciare l'intero sistema, perchè siamo ancora bloccati in una terra di nessuno. Passiamo gran parte del tempo a discutere su come spendere i soldi, e non su come il calcio italiano dovrebbe svilupparsi a livello internazionale. Il calcio è seguito da metà del paese ed ha perciò la possibilità di fungere da guida nella situazione politica italiana. A questo andrebbe applicato senso di responsabilità, di prospettiva e disciplina».

«Se guardiamo a quello che la Serie A rappresentava 10, 15 anni fa - ha proseguito Agnelli - vediamo che era il campionato in cui i calciatori internazionali sognavano di giocare. Quando studiavo in Inghilterra, qui le partite della Serie A venivano trasmesse e dovunque si andasse si incontrava gente che ne parlava. Del resto, era un'altra epoca, le cose sono cambiate. La Premier League di quei tempi non è quella che è oggi. Altrove, il calcio tedesco è venuto crescendo negli ultimi 10 anni. C'era un progetto tecnico, hanno lavorato insieme con la federazione ed hanno organizzato il Campionato del Mondo. La Spagna ha due dei marchi di maggior successo al mondo. La Francia può contare su investimenti esteri. Se dovessi giudicare dal punto di vista di un calciatore, la Serie A non è più il traguardo finale, ma una destinazione di passaggio. Se ricevessimo un'offerta strepitosa per qualcuno come Pogba, saremmo in grado di trattenerlo? Non lo so. Guardate il Milan, hanno dovuto lasciare partire Ibrahimovic e Thiago Silva. Sì, si può essere un club attraente, ma si deve anche disporre della forza economica per competere».

Secondo Agnelli, per crescere economicamente e incoraggiare investimenti esteri è essenziale modernizzare gli stadi del proprio paese, un aspetto che la Juventus ha curato, raccogliendone i frutti dopo l'inaugurazione di un nuovo stadio all'avanguardia con una capacità di 41.000 posti a sedere: «Lo stadio è dove si svolge lo spettacolo e fa la differenza al botteghino. Avere un bel campo da gioco pieno in ogni ordini di posti permette di promuovere il proprio prodotto ad un pubblico globale. Il nostro stadio di prima, il Delle Alpi, poteva contenere 68.000 persone, ma in fondo era una cattedrale nel deserto. Era un ambiente freddo e inospitale per assistere ad una partita di calcio e le presenze medie erano molto basse rispetto alla sua capacità. Il nuovo campo da gioco, lo Juventus Stadium, ha 41.000 posti a sedere ed è praticamente sempre tutto esaurito. Lo stadio precedente generava entrate per 13 milioni, ora quella cifra ammonta a 40 milioni. Qui allo Stamford Bridge si incassa tra 80 e 90 milioni, e questo è il target che ho in mente quando penso allo Juventus Stadium. Dovremmo essere in grado di raddoppiare le entrate generate dallo stadio. L'attuale situazione economica e il fatto che la concorrenza applica prezzi molto bassi non ci facilitano le cose».

Agnelli ha poi sottolineato come i club italiani devano lavorare insieme se vogliono crescere, citando come esempio la European Club Association, di cui è rappresentante, come un modo efficace di rappresentare gli interessi dei club attraverso un’idea comune e un dialogo produttivo con le principali istituzioni ed organi calcistici: «Non si tratta di un one-man show, ma di un sistema collettivo. I venti club dovrebbero avere una strategia comune, perché insieme siamo più forti. L’esempio migliore è quello dell’ECA. Quello che è stato in grado di fare in cinque anni è straordinario, ha creato una forte intesa e dialogato costruttivamente con la UEFA e con la FIFA. E’ inoltre una fortuna avere come presidente Karl-Heinz Rumenigge, uno che ha giocato a calcio e che è ora a capo di uno dei club più importanti del mondo».

La conclusione è dedicata al Fair Play Finanziario: «È certamente un principio nobile. Tutti sarebbero d’accordo nel dire che un club non può spendere risorse che non ha. Io sono a favore del Fair Play Finanziario, è l’unico provvedimento ragionevole per impedire ai club di spendere oltre le proprie possibilità, ma deve essere efficace. Chi spiegherà alle emittenti che alcune squadre sono state escluse dai principali tornei? È così che verrà mantenuto il prestigio delle competizioni?».