Quel giorno | Inter-Juve 2018

Ci sono partite che raccontano mille storie in una.

Che valgono una stagione intera, che viaggiano sull’equilibrio sottile fra scucirsi uno Scudetto dal petto oppure gridare, forte, a tutti, che la Juve non muore letteralmente mai.

Ci sono partite indimenticabili: quelle che poi, anni dopo, ti ricordi bene dov’eri, cosa facevi e con chi stavi, quel giorno.

Quel giorno è sabato, 28 aprile, 2018. A San Siro si gioca Inter-Juve.

RIAVVOLGIAMO IL NASTRO

Per capire quanto sia importante quella sera di inizio primavera occorre fare un rapido passo indietro. Di sei giorni, per la precisione: il 22 aprile, a Torino, la Juve ospita il Napoli.

Non è una partita come le altre, da qualche anno non lo è mai: il Napoli è una delle contendenti più forti, coriacee e di qualità per i bianconeri, e più di una volta è su di loro, con loro, che si giocano le sorti del campionato. Da quel gol di Zaza del febbraio 2016, quasi allo scadere: un gol segnato a febbraio per un sorpasso dal sapore di Scudetto.

E allora, in questa serata di aprile 2018, siamo di nuovo qui: la Juve è a +4 dal Napoli, una vittoria, con quattro partite da giocare, sarebbe uno scatto fondamentale per conquistare il settimo tricolore consecutivo.

Invece, ne esce una partita aspra, equilibrata, in bilico: nessuna delle due squadre riesce a dare l’impressione di poterla vincere, nessuna delle due la vuole perdere: ne esce, e siamo a fine secondo tempo, uno 0-0 che, tutto sommato, alla fine alla Juve va benissimo.

Ma siamo a fine secondo tempo, non ancora al triplice fischio. Al minuto 90, su calcio d’angolo da destra battuto da Callejon, ecco la giocata che paralizza buona parte dell’Allianz Stadium: Koulibaly salta più alto e più veloce di tutti, colpisce di testa, e segna. A Torino si sentono solo i tifosi del Napoli, che adesso, quando pochi minuti dopo l’arbitro fischia la fine, sono a meno 1. Con quattro partite, si diceva, da giocare.

LA NOTTE DI SAN SIRO

La prima di queste è da far tremare i polsi. Si gioca quel giorno. Il 28 aprile, a San Siro, contro l’Inter. Bianconeri e nerazzurri non sono vicinissimi in classifica, ma non c’è niente di peggio, o forse di meglio, di un Derby d’Italia per far vedere al mondo se la Juve, questo Scudetto, lo vincerà per davvero.

«Una grande notte di calcio, la prima di quattro finali», così si apre la telecronaca di Juventus Tv. E così sarà.

Passione, orgoglio, fantasia e vigore: questo è quello che la Juve deve mettere in campo, dal primo minuto, per vincere una partita di importanza capitale.

E parte forte, la Juve: nel primo quarto d’ora è praticamente un monologo bianconero nella metà campo interista. E al 13’ l’apice di questo monologo, fa esplodere i tifosi a San Siro, il gruppo in panchina, sugli spalti e davanti alle televisioni.

Douglas Costa trova un’imbucata delle sue: un diagonale da sinistra che impietrisce Handanovic, su cross dall’altra parte del campo: è uno a zero.

La Juve sa che non c’è da fidarsi, l’Inter peraltro resta in 10 per l’espulsione di Vecino, ma la partita è tutt’altro che vinta: i bianconeri non mollano la pressione, ci provano con Pjanic da piazzato, vanno anche in gol una seconda volta nel recupero del primo tempo con Matuidi, ma non vale: è off-side millimetrico di Blaise, sanzionato dal VAR.

Quanto rimpiangeremo quei millimetri, da lì a poco. Perché poteva essere 0-2 e partita indirizzata definitivamente, e invece, al rientro dagli spogliatoi, l’Inter cresce. Cresce. E pareggia, con Icardi, di testa, al settimo minuto.

San Siro è una bolgia, la Juve sembra vulnerabile, e al 19’ succede una di quelle cose che ti fanno dire: “è finita”.

Perisic va via sull’out di sinistra, mette in mezzo rasoterra, in un secondo la palla è alle spalle di Buffon, con lo stadio a festeggiare il vantaggio.

Il fatto è che quel gol non lo ha fatto l’Inter: è un’autorete, nientemeno che di Barzagli. E allora sotto, a pensare al romanzo del calcio, a pensare che, se uno dei simboli di questi Scudetti consecutivi dal 2012 la mette nella sua porta, in un momento così decisivo, forse è davvero finita.

Forse, doveva andare così. Grazie di tutto e pazienza.

Forse.

La Juve si catapulta nella metà campo interista, con rabbia, ma anche con testa. Sei davanti alla tv che ti chiedi perché i bianconeri non attacchino con più veemenza, ma anche in questo momento, così terribilmente decisivo, non vengano meno al loro credo: colpire ai fianchi e aspettare il momento del pugno decisivo.

Ci fanno patire, i ragazzi. Eccome. Bisogna aspettare il minuto 86 per vivere un barlume di speranza: Cuadrado scambia sullo stretto, a destra, con Dybala, cerca la porta, o forse il cross, da posizione impossibile, sulla linea di fondo. La palla è deviata, ne esce una traiettoria imparabile per Handanovic, ancora una volta fermo. 2-2. Siamo vivi. Si, lo siamo.

Ma manca poco, un pareggio può valere il sorpasso del Napoli, che il giorno dopo scenderà in campo a Firenze. (E perderà, ma è altra storia).

Minuto 89. Punizione per la Juve. Tre quarti sinistra. Sulla palla Dybala, è una delle ultime occasioni. La Joya pennella in mezzo all’area, e là, mentre i difensori si dicono mentalmente “facciamo attenzione”, c’è Higuain.

Ad anticipare tutti di testa.

A mettere in rete. 2-3.

Guardatela, quell’esultanza, della squadra, della panchina, del Pipa.

E’ l’esultanza di un gruppo di ragazzi pazzeschi, di una squadra senza fine.

Una squadra che, quel giorno, grida al mondo che no, lo Scudetto dalle nostre maglie non si scuce.