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      20.05.2020 14:30 - in: Serie A S

      Black&White Stories | La prima punizione di Michel

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      L'estate 1982 e l'attesa di Platini

      Chi ha vissuto l'estate del 1982 e tifa Juventus sa benissimo quali giorni siano stati quelli tra giugno e luglio. Gli amanti della Signora, reduci dalla festa del secondo scudetto consecutivo, erano travolti – come tutto il Paese, del resto - dalle incredibili emozioni del Mundial vinto dagli azzurri, dove il contributo di 6 giocatori bianconeri risultava fondamentale. Ma non c'era “solo” una parata di Zoff, un contrasto di Gentile, una discesa di Cabrini, un colpo di tacco di Scirea, un urlo di Tardelli e un gol di Rossi, per racchiudere in un sommario elenco le imprese dei nostri rappresentanti in Nazionale. A rubare gli occhi ci pensavano anche i due nuovi acquisti stranieri che stavano facendo sognare. Zbigniew Boniek e Michel Platini venivano minuziosamente osservati per alimentare il sogno della Juve che ci sarebbe stata, con tutto il carico di aspettative che si portavano dietro anche per quanto di bello stavano mostrando in Spagna con la Polonia e la Francia.

      Nel numero di luglio di Hurrà JuventusLe Roi si guadagnava la copertina con tanto di maglia bianconera che non avrebbe mai vestito, perché è ancora quella con una stella e va aggiornata con la seconda, appena guadagnata e non ancora materialmente cucita. Sfogliando il mensile, uscito in edicola mentre ancora i destini del Mondiale non si erano compiuti, emerge piuttosto chiaramente come dal francese ci si aspetti sopra ogni altra cosa il gesto tecnico per il quale è famoso internazionalmente.

      Vladimiro Caminiti lo descrive così: “Attendo di vedere i calci di punizione di Platini dal vivo. Io non mi accontento della televisione. Così sciocco sono, così turineis da amare prima di tutto l'erba degli stadi di via Filadelfia, quell'erba che mi sembra sempre primaverile e lì voglio vedere il francese. Come ho visto in un quarto di secolo i tocchi vellutati e perfidi di Sivori, le bombe di Nestor Combino Miranda, o di Chito Vernazza, voglio vedere Michel Platini mettere il pallone sull'erba, dare la sua occhiata medianica al piazzamento del portiere e fregarlo imparabilmente ed impareggiabilmente con la sua esecuzione”. Probabilmente Camin, oltre ai tanti precedenti elencati,  ha in memoria anche l'amichevole tra azzurri e Bleus giocata a Napoli nel 1978: lì, il 10 transalpino disegna una pennellata impeccabile e trafigge in modo inesorabile il futuro compagno di club Zoff; e poiché gliela annullano, la ripete sull'altro palo e stavolta la rete è regolarissima, oltre che beffarda come solo lui sa essere.    

      LE PUNIZIONI SONO UN CRONOMETRO

      Esiste un segreto per tanta precisione? Prima di venire in Italia, Michel lo racconta a un settimanale non sportivo, Oggi, e Hurràriprende la sua articolata confessione. Intanto, colpisce come il giornalista Willy Molco, che va allo stadio di Saint-Etienne a raccontare l'ultima gara di Platini nel campionato francese, dia una definizione dei suoi calci di punizione mai sentita o letta successivamente: “a noce di cocco”. Per arrivare a battere perfettamente da fermo, c'è tanto lavoro, iniziato dal neo-bianconero già nell'infanzia: “A sette anni colpii per disgrazia una donna, con una pallonata. Lei cadde e finì in ospedale. Arrivarono le guardie, a casa. E da allora volli essere preciso, nel tiro. Mi fissai di colpire bersagli ben determinati. Per ore e ore centravo un albero. Mio padre diceva che la prima qualità di un giocatore è la perfezione nel tiro. Le sveglie si costruiscono subito, ripeteva, ma per preparare un cronometro ci vuole molto tempo. Voleva fare di me un cronometro”.

      Il piccolo Michel, non ancora assurto al titolo di “Mozart del calcio” attribuitogli dopo, si esercita come si fa di solito: schiera dei manichini alti 1,85 davanti alla porta, creando delle barriere imperforabili, e calcia centinaia di volte il pallone fin quando non li supera. Un esercizio metodico che lo rafforza in autostima: quando arriva al calcio professionistico, ne ha quanto basta per andare dal capitano del Nancy a chiedergli di affidargli l'incarico. Una richiesta ardita per un minorenne, ma non per uno che si chiama Platini.

      LA PRIMA IN BIANCONERO

      Anche in Italia, una volta vestita la divisa della Juve, Michel si affermerà nella sua specialità, regalandoci un campionario vario e sorprendente. Ed è curioso pensare che per assistere ad una delle sue meraviglie si è dovuto aspettare sette mesi, esattamente in Juventus-Udinese di fine febbraio 1983, a conferma di una reale difficoltà d'adattamento (che poi non gli ha impedito comunque di laurearsi capocannoniere al suo torneo d'esordio). Il bello è che la prima delle sue tante punizioni in gol è più una papera del portiere Corti - “maldestro intervento” lo definisce il servizio RAI – che su un tiro rasoterra non irresistibile si fa passare la palla sotto il corpo. Niente di lontanamente paragonabile alle parole dello scrittore Vassilis Alexakis a proposito dell'emozione regalata dalle parabole da fermo di Platini: “Senza saperlo, avevo da sempre atteso questo gol. Mi apriva le porte di un universo leggero e armonioso dove perfino la geometria diventava seducente“.

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